|
Perché
gli americani dicono si all'attacco
di:
Beppe
Severgnini
Un altro articolo estrapolato dal Corriere della Sera, offertoci da Ken!
| |
So che in questi giorni molto -
troppo? - viene scritto, detto, mostrato, immaginato sulla guerra in Iraq. So
che quando leggerete queste righe forse saranno partiti i missili, o forse non
ancora. Ma una cosa vorrei dirla. La ragione per cui - secondo me - la
maggioranza degli americani s'è convinta che questa guerra è meglio farla;
mentre la maggioranza degli europei pensa che sarebbe stato meglio evitarla.
Anche quelli che la guerra non la vogliono, non la vogliono per motivi opposti.
In America perché temono sia inutile. In Europa perché crediamo sia
illegittima.
Non c'entrano la politica o l'economia. C'entra, invece, l'approccio alle cose
della vita. Non scandalizzatevi per il paragone: molti americani approvano
questa guerra per lo stesso motivo per cui amano i numeri; reagiscono al caldo
con dosi massicce di aria condizionata; affrontano una grave malattia con
coraggio. Perché vogliono fare qualcosa (to do something) e provare a
controllare la situazione (to be in control). Sono i due comandamenti nazionali,
e vanno capiti. Non derisi, come tende a fare chi l'America non la conosce, o se
l'è inventata incollando un film a una canzone. To do something, to be in
control. Non è delirio d'onnipotenza, anche se talvolta l'impressione è
questa. E', invece, paura dell'impotenza. Restare passivi ad aspettare è
impensabile; attivarsi, fare qualcosa è terapeutico. Sperare che non arrivi un
11 settembre chimico, batteriologico o nucleare è "un-American", per
nulla americano. Bisogna cercare d'impedirlo. Anche quando i risultati sono
incerti, gli amici dubbiosi e il capo non del tutto convincente. La cultura
americana è pratica. Potremmo citare filosofi e letterati, ma limitiamoci a
ricordare come il padre della Dichiarazione d'indipendenza, Thomas Jefferson,
fosse uno strepitoso creatore di gadget, che sono il simbolo del modo americano
di affrontare la vita: ho un problema, datemi l'attrezzo per risolverlo. Dopo
una tragedia come quella delle Torri Gemelle e del Pentagono, l'amministrazione
Bush ha cominciato a chiedersi, e a chiedere ai cittadini americani: il mondo è
meglio o peggio senza Saddam? E' meglio. Allora, liberiamocene. Ci sentiamo più
o meno sicuri, sapendo che i terroristi perdono quest'appoggio (di cui oggi
magari non dispongono, ma potrebbero disporre in futuro)? Ci sentiamo più
sicuri. Allora pronti, via.
Non sto dicendo che questi ragionamenti siano impeccabili, e nemmeno giusti. Sto
dicendo che, negli Usa, li hanno fatti, li fanno e li faranno. Il fatalismo è
il meno americano dei sentimenti. L'ho visto nelle lettere arrivate a "Italians"
in queste settimane. I connazionali che vivono in Europa discutono di legalità,
moralità, giustizia, possibili conseguenze. Gli italiani residenti negli Usa
parlano di utilità dell'intervento. Anche quelli che non lo condividono.
Cercare di comprendere il movente culturale (psicologico, sociologico,
antropologico: fate voi) di questa guerra è fondamentale. Perché comunque i
rapporti andranno ricuciti: siamo i figli dell'Occidente, non abbiamo scelta. Ma
per ricucirli occorre intendersi. E questo è un compito che abbiamo trascurato
in molti, negli ultimi anni, di qui e di là dell'Atlantico.
C'è un buon libro che suggerirei agli americani. Un libro che trovo perfino
eccessivo: in certe pagine l'autocritica diventa autoflagellazione. Ha per
titolo "L'ombra dell'aquila, perché gli Stati Uniti sono così amati e così
odiati": circola negli Usa da qualche mese, è uscito in questi giorni
presso Garzanti. L'ha scritto un americano, Mark Hertsgaard, che inizia
spiegando le difficoltà dei connazionali a capire il mondo. Il primo capitolo,
"La superpotenza parrocchiale", si chiude con le parole di Toqueville,
secondo cui gli americani "vivono in uno stato di perpetua
auto-adorazione... Solo gli stranieri o l'esperienza potrebbero portare certe
verità all'attenzione dell'America". Ma non era facile allora, non è
facile oggi, non sarà facile dopo la caduta di Bagdad.
Scrivo tutto ciò dopo essermi pubblicamente dichiarato - in America, in Europa
- contrario a questa guerra. Ma non contrario a capire perché gli amici fanno
quel che fanno. Non è solo doveroso: è necessario.
|
| |
|
torna all'edicola

|