L'euro secondo...Beppe Severgnini

 

 

 
Chissà come si divertirebbe Benedetto Croce nel vedere che le uniche scuole filosofiche attive in Italia 
sono gli istituti di rilevazione statistica. La discussione tra Istat e Eurispes è ormai così rarefatta 
che pochi riescono a seguirla.
Molti sono contenti di parlare ancora di "paniere" (una parola piacevolmente demodé, come "burla" e "guazzabuglio").
Pochi  invece  hanno  capito  se le arance sono aumentate del 7% o del 41%. Ma tutti hanno deciso che  sono aumentate. 
E, con le arance, tante altre cose, neppure dotate d'un colore  altrettanto eccitante: taxi e piselli, 
camicie e cappuccini, vino e vitello.
Non lo  dicono  solo Eurispes, Istat e Altroconsumo. Lo  dice  l'infallibile "prova bancomat". 
Tutti facciamo su per giù la stessa vita: eppure un prelievo dura molto meno d'un anno fa.
Com'è  potuto  accadere? E' fuori discussione  che  i  commercianti, appro-fittando dell'euro, 
ci abbiano provato (anzi: ci ha provato, con successo,  chiun-que vendesse qualcosa). Ma come mai ci siamo cascati? 
Prima  d'immalinconirvi nella  seconda metà  di quest'articolo, vi propongo una teoria: fumogena. 
Secondo me, è accaduto questo. 
L'euro, accolto  in  Italia  con  un'eccitazione  solitamente  riservata  a polemiche calcistiche e  vallette  desnude, 
ha  sollevato  un  polverone, anzi una cortina di fumo, dietro la quale è successo di tutto. 
Voi direte: perché in Italia e  non  altrove? Semplice: perché noi eravamo più vulnerabili.
La  nostra vecchia moneta valeva infatti 0,0005 euro, quella francese 0,15, quella tedesca 0,51. 
Noi non eravamo abituati - a differenza dei tedeschi - a comprare qualcosa che valesse "due" o "quattro". 
Solo chi aveva pratica di marchi, dollari o sterline s'è trovato a suo agio. Per gli altri era notte. Anzi, fumo. 
Ora veniamo alla parte malinconica (voi direte: come se quello che abbiamo appena letto fosse divertente). 
Quanto è accaduto ha avuto un effetto devastante sugli italiani che dipendono da uno stipendio. 
In sostanza, su coloro che non vendono nulla (se non il proprio lavoro), e perciò non possono rivalersi su altri. 
I sindacati - che ogni tanto dicono cose simpaticamente trogloditiche - stavolta hanno ragione. 
Un insegnante, un militare o un caporeparto sono diventati decisamente più poveri, 
anche perché molte delle cose che amano fare e/o comprare stanno fuori dal "paniere". 
Il Dvd viene inserito adesso, ma la mountain-bike per i figli non c'è. 
Forse non ce ne rendiamo conto, ma sta creandosi una classe di "quasi poveri", troppo imbarazzati per ammetterlo. 
Un lettore rientrato dall'estero, Alessandro Corradi (corradi@libero.it ), sostiene d'aver percepito 
"la sparizione della classe media, torchiata dallo sgretolarsi del potere d'acquisto degli stipendi". 
Sensazione corretta. Io dico però che una classe media esiste ancora: basta che abbia un negozio, 
un'attività professionale, un esercizio che consenta un lieve aumento dei prezzi e una moderata evasione fiscale. 
Se una famiglia dipende da uno stipendio deve sperare d'avere un patrimonio alle spalle. 
Altrimenti paga per tutti e scivola giù. E scivolare non è mai simpatico. 
Le riconosco, ormai, le famiglie che prima di scegliere hanno imparato a studiare il menù: 
perché quattro capricciose costano più di quattro margherite. 
Confesso di ammirare la loro dignità, ma di provare un po' di malinconia. 
Quando una generazione s'accorge di non poter far meglio dei genitori, infatti, sente l'amaro in bocca. 
Se n'è accorto anche il giovane Corradi: "Negli ultimi anni il salario d'ingresso del laureato è rimasto lo stesso,
e a chi già lavora non è andata meglio. 
Mio padre ha la sensazione di lasciarmi un mondo nel quale i figli hanno meno prospettive dei padri. 
Digerito il grasso accumulato dalle generazioni precedenti, sparirà la borghesia, vero tessuto connettivo della società.
Questo genera mostri. Affari, sicurezza, cultura, la continuità stessa del nostro modo di vita sono a rischio. 
Se disboschi selvaggiamente, alla prima pioggia verrà giù la montagna". 
Speriamo di no: perché su quella montagna ci stiamo tutti quanti. 
 

 


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