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Due
anni fa moriva Indro Montanelli
di:
Beppe
Severgnini
" Corriere della Sera", lunedi 23 luglio 2001
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Da
vent'anni sapevo che, un giorno, avrei dovuto scrivere quest'articolo. Avrei
preferito aspettare altri vent'anni: ma sono qui. Sto scrivendo in fretta, perché
non mi è mai passato per la testa di preparare un "coccodrillo" su
Montanelli. Se l'avesse saputo, la cosa l'avrebbe divertito moltissimo, e io non
volevo dargli questa soddisfazione. A pensarci bene, non ho mai scritto niente
su Montanelli, da quando lo conosco. Lo faccio adesso, alle otto di sera di una
domenica d'estate, su un tavolo bianco di fronte al mare. Lo faccio volentieri.
I giornalisti sono infatti come i medici e i pompieri: darsi da fare è un buon
modo per rimandare il dolore.
Ricordo il nostro primo incontro, vent'anni fa, nella direzione del
"Giornale", al terzo piano di via Gaetano Negri. Montanelli aveva
letto alcuni corsivi che pubblicavo da studente, e aveva chiesto di conoscermi.
Mi ha detto subito che se avevo scritto per due anni un articolo alla settimana
su Crema, scrivere del mondo sarebbe stato uno scherzo: in fondo, c'erano più
argomenti. Ricordo quando gli ho portato il primo articolo: ha tolto cinquanta
parole e l'articolo ha preso il volo. E' stata la prima di molte lezioni simili.
Montanelli è stato il maestro delle parole da non usare, dei libri da non
scrivere, dei commenti crudeli da non fare, della gente da non frequentare,
delle tentazioni cui resistere. Era uno stoico pratico. Mi piaceva, ma - di
nuovo - non potevo dirglielo. Volevo dimostrargli che i lombardi sanno essere
poco sentimentali, proprio come i toscani. Non ci sono riuscito, ma non fa
niente.
Adesso che ci penso: anche lui era un po' sentimentale. Come gli inglesi
e i gatti, non voleva darlo a vedere: ma so che amava teneramente Marisa
Rivolta, la sua compagna d'autunno; e aveva pianto per Egisto Corradi e tutti
gli amici che gli morivano intorno, e lo facevano arrabbiare, perché lo
lasciavano solo come un monumento. L'ho visto appassionarsi in difesa della sua
assistente di sempre, Iside Frigerio, con cui per decenni ha condotto una
battaglia silenziosa: gareggiavano a chi riusciva a mostrare più durezza
scabra. E' finita in parità. Perché, io lo so, si stimavano e si volevano
bene. Ecco: se Montanelli sapesse che gli ho dato del sentimentale, si
arrabbierebbe. Quindi, devo continuare.
Non era solo sentimentale, Indro: era buono. Spesso, negli ultimi anni,
scoprivo gente che aveva aiutato, incoraggiato, ricordato quando non se la
ricordava più nessuno. Era sinceramente preoccupato che dall'avventura - e
dallo spettacolare naufragio - della "Voce" (1994/5) qualcuno dei suoi
ragazzi affogasse (professionalmente). Per questo, ogni volta che andavamo a
mangiare insieme - o meglio: io mangiavo, lui testava piccoli campioni
alimentari - gli ricordavo che quella della "Voce", per tutti noi, era
una medaglia al valore. La medaglia di una battaglia perduta, quindi ancora più
cara. Questo, devo dire, gli piaceva.
Gli piacevano molte altre cose. Dare ordini, per esempio, sapendo di non
essere obbedito. Il più grande giornalista che io abbia conosciuto è stato il
capo più inefficiente che io abbia mai visto all'opera. Aveva troppa stima
dell'indipendenza di giudizio e dell'iniziativa individuale, per essere un buon
caposquadra. Se fosse stato un ammiraglio, non ho dubbi, si sarebbe congratulato
con gli ammutinati. Lui sì era un po' anarchico, geniale romantico e
inoffensivo - non gli spaventapasseri di Genova, convinti che il rumore sia
un'idea. Questo non vuol dire che non sapesse condurre (un giornale, un gruppo,
un'iniziativa): non sapeva comandare, che è un'altra cosa. L'unica volta in cui
l'ho visto darmi un ordine con decisione è stato quando ha messo il sale sulla
ricotta. Ha emesso un grido strozzato e mi ha intimato di non farlo mai più. Ho
obbedito, stupito da tanta determinazione (poi ho capito: in materia di lingua e
di cucina, Montanelli pensava che i lombardi non avessero titoli. Sono felice,
perciò, d'essere stato redarguito per un formaggio e non per un congiuntivo).
Uno dei motivi per cui Indro dava ordini malvolentieri era questo:
sapeva che, in molti casi, era tempo sprecato. La sua opinione professionale era
pressoché infallibile. Gli ho visto buttare un articolo dopo dieci righe, e
pronunciare un giudizio sull'autore che al momento mi era sembrato impietoso.
Anni dopo, ho scoperto che era stato perfino gentile. Anche sugli uomini
sbagliava di rado. Aveva un'intuizione quasi paranormale - femminile, dunque -
per leggere nel cuore della gente. Poi, però, non si comportava di conseguenza.
Non soltanto era rispettoso di ruoli e istituzioni - era quasi ottocentesco, in
questo - ma aveva una debolezza. Come molti uomini di qualità, era vulnerabile
all'adulazione. Li riconosceva da lontano, gli adulatori, ma li lasciava
avvicinare. Trovava riposanti le loro mollezze, e divertente la loro commedia.
Qualcuno - purtroppo - è riuscito a strappargli più di un po' di tempo. Indro
- che non ho mai chiamato Indro fino all'avventura della "Voce": su
una scialuppa, gli avevo detto, è ridicolo darsi da lei - era piacevolmente
vanitoso: rileggeva i suoi pezzi, e quelli che scrivevano su di lui. Non gli
dispiacevano i riconoscimenti, né rifiutava i premi. Non li cercava, però. Li
accettava, e li buttava nella sua misteriosa caldaia interna, dove avrebbero
prodotto l'energia necessaria per andare avanti, e continuare a fare il lavoro
che adorava: scrivere. La televisione - che usava con gigioneria, insultandola
ma frequentandola, come fosse un'amante volgare - serviva solo per convincere
qualcuno che valeva la pena leggerlo.
Questo aspetto del suo carattere era molto umano. Un uomo intelligente
che mangia poco, beve meno e fuma una sigaretta al giorno sarebbe stato perfetto
e irritante come un teologo luterano. Invece Montanelli aveva questi lampi di
normalità: la piccola dimenticanza voluta, l'occasionale finzione. Tra tutti i
suoi vezzi, il mio preferito ero l'occhio sgranato. Quando Montanelli sgranava
gli occhi, era il segnale che era stato colto in contropiede. Mi piacevano, quei
momenti; al punto che ero tentato di dirgli qualcosa di sorprendente per vederlo
spalancare gli occhi. Celesti grandissimi e abbaglianti: occhi che avrebbero
dovuto essere regolamentati dal codice della strada. Credo che ora quegli occhi,
da qualche punto del cielo, stiano guardando in basso, preoccupati. Montanelli
era uno dei pochi ad avere capito perché il mondo è diventato così: temeva la
mollezza che viene con la pace. Per le strade di Genova avrebbe visto, nei
giovani, stupida voglia di guerra; e negli adulti, indulgenze pericolose. Vorrei
rassicurarlo, perché sono sicuro che dovunque sia mi legge (per controllare che
io non sia stato sentimentale). L'Italia è una bambina che ha bisogno di
spaventarsi: e poi capisce che non bisogna farlo più. Una bambina che, come
tutte le bambine, ha bisogno di esempi: magari di gente come lui.
Spero di averlo dimostrato, in centoventi righe scritte di sera davanti
al mare: Indro Montanelli era sentimentale, buono, individualista, intuitivo,
intelligentissimo, un po' vanitoso. Un italiano vero. Solo la coerenza, il
coraggio, la sintesi e la statura non era proprio italiane. Ma cosa ci volete
fare: nessuno è perfetto.
Dillo, Indro, quando scriverai tra le nuvole. Perché ti chiederanno di
farlo, stai sicuro.
Dio ama chi l'ha cercato, e poi è un talent-scout straordinario. E tu
sei troppo bravo perché possa lasciarti tranquillo.
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