La mi nonna Ghibellina

 

 

Di certo il su cognome un’era da plebeo, ma di blasone

s’immaginava sempre uno scudo tre palle e un leone

alla nobile fiera però, mancava già qualche coglione

viste le sfere in terra, sotto il bugnato del portone.

 

Battezzata fu Antinesca, dal su babbo Socialista

per il nome un si pò dire, ch’ebbe forgia nobiliare

quella donna così vera, sempre schietta ed altruista

lei per tutti fu Maria, il più comune da chiamare.

 

Il su tutore, di Siena doveva esser e di scola ghibellina

ma fu la macchia maremmana, a forgià quella bambina

parà pecore a sei anni, un né cosa da piccina

tanto meno badilà carbone, pe no sbuffo di farina.

 

A dieci anni fosti sola, con la mamma e du sorelle

troppo presto a quell’età, per badà le vostre vite

il su babbo se n’andò, lasciandoci la pelle

in miniera scomparì, sotto a un mucchio di pirite.

 

Tempo fa, un’acida vocina usata a mo di clava

mi disse da ragazza ti piaceva, tanto i maschi far godere

ma la zitella vecchia, che dal pulpito parlava

si rodeva dall’invidia, d’aver perso quel piacere.

 

Cinque lustri in più ti dava e di questo lui fu grato

chissà cosa ti spinse a maritar quell’omo grande

già due mogli aveva pianto e purtroppo sotterrato

otto figli ti portava, come dote di un mercante.

 

Tre bambini lui ti dette, ricevuti come manna

ma fu per tutti quanti, che cantavi ninna nanna

quella banda di ragazzi, fatta  a squadra di pallone

tutti intorno avevi sempre, attaccati al gonnellone.

 

Come fanno i grandi prodi, poi la guerra tu affrontasti

sola con tutta la prole, più lontano tu sfollasti

a sfuggir bombardamenti e di Salò repubblichini

poi a nasconde le ragazze, dai soldati marocchini. 

 

Tuo marito era partito, tu dicevi in purgatorio

li lasciasti tutti soli, per andare in sanatorio

a curare per sei anni, quella grave malattia

che un polmone s’era presa e di colpo portò via. 

 

La tua vita poi immolasti, a curare quella figlia

ci crescesti a mo di mamma, senza far pesare i drammi

fosti tu la mia colonna e di tutta la famiglia

come oro tu valevi e non pesavi pochi grammi.

 

Già sorrido nel vederti, scanzonata come eri

al cospetto di quell’omo tutto rosso porporato

tu abbracciasti dando il “tu”, come i bimbi poco seri

dopo averlo scapigliato, lui arrossì un po' 'mbarazzato.

 

E quando fino a tardi, nel mio letto rimanevo

dopo che passavo fori, troppo spesso le mie notti

e sentivo che cantavi, come fosse il medio evo

gli stornelli troppo zozzi, per sembrare il Pavarotti.

 

“La ragion vo la ragione

la polenta vol mestone

l’anguilla vole il guazzo

e la topa vole il .……….”.

 

Il finale un pronunciavi, aspettavi ch’io cantassi

“Nonnaaaaaaaaaaaaaaaaa!..........................Dai!”

la risposta che mi davi, come se parlassi ai sassi

era più che già scontata, come se aspettassi un “Vai!”

“Cazzo! ......Disse la Marchesa al Granduca di Toscana

quando glielo prese in mano al giardino de boboli”.

 

La tua vita tanto amara, veramente molto dura

affrontasti con coraggio, rifuggendo la paura

l’ottimismo si sposò, col sorriso sempre pronto

e al tuo viso un po’ rugoso, non faceva mai lo sconto.

 

Di una cosa mi permetto

mi perdoni e cavo un dente

di trovarti un piccolo difetto

eri sempre un po’ invadente.

 

Cara nonna, la tua anima più pura io ringrazio

una cosa m’insegnasti e di questo un pago dazio

a sorride alla sventura, ed amar la vita bella

che di me un facessi strazio, ma brillasi come stella.

 

Mal cercato un nè mai troppo, molte volte lo trovai

e da omo fortunato, con il tempo lo schivai

luccicar non so riuscito, questo è certo e non ti mento

fosti tu a volar via, per brillar nel firmamento.

 

           Ettore

               pubblicata il 12/04/09  

 

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