Oplà, sono bell'e morto

 

 

 

 

 

L'altro ieri sono morto.
Non ho fatto in tempo a girare gli occhi che la mia anima si è incamminata da sola, peggio dei bambini piccoli.     È andata a rendersi al Padreterno: io le sono corso dietro, cercando di raggiungerla prima che arrivasse al bordo del marciapiede e si buttasse nel traffico per attraversare, ma non c'è stato verso. S'è volatilizzata, e non si è nemmeno girata quando io, nella fretta, ho pestato una merda di cane e ho tirato giù una madonna di cui, date le circostanze, non ho fatto in tempo a pentirmi. Avrei voluto vivere ancora un po', per la verità: non che avessi molto da fare, oltre che andare in ufficio tutti i giorni, però ero curioso di vedere come sarebbe venuta fuori la barbera 2007 dopo i due anni canonici di bottiglia. E poi a giorni c'è il Tour, e a ottobre si laurea Teresa, la figlia di Gino. Eccetera. Oh, pazienza. Sono qua, disteso in questa cassa di legno, con qualche osso rotto, perchè i becchini me l'hanno spezzato per vestirmi più comodamente e farmi entrare a forza.
Dico io, se per decenni ho portato la 56, perchè mi volete far entrare in una cassa della 54 con un drop sagomato? Mistero.
Fatto sta che me la sento scomoda, come dicono gli inglesi? … It doesn't fit.
E pensare che tutti questi qua che si affacciano per assicurarsi che io sia morto sul serio continuano a dire (tutti, senza eccezione) quanto sono bello, come sono rimasto bene, come mi sta bene il vestito. Banda di cazzoni: sono morto prima di farmi la barba, e i becchini m'hanno scannato il viso, uno. Due, ho la giacca che mi tira sulla pancia, perchè mi hanno messo l'unico vestito da cerimonia che avevo, ed è quello del matrimonio di mia cugina, che ha già un figlio al ginnasio. Tre, so da me che sono gonfio di gas e assomiglio a uno di quei vecchi attori irriducibili di Hollywood sfigurati dai chirurghi estetici. Ma tant'è: abstine substine, suggeriva Epitteto lo stoico. Così devo accettare di essere bello, e di sembrare ancora vivo. Mi manca solo la parola. Bel fiöl, beddu figghiu, e giù lacrime.
A volte riderei, se potessi. C'era un vecchio che si disperava: “Perchè lui, Signore? Toccava a me, che ho 86 anni”, e intanto si frugava nei pantaloni con la mano alla ricerca dei coglioncini rattrappiti. E i brani di conversazione?
“A Natale faccio le cartellate per i miei nipoti, gliene davo sempre qualcuna, e lui si leccava i baffi. Ha presente, signora, le cartellate che facciamo noi in Puglia? … Impasta così e cosà … il problema è che non si trova il mosto cotto ...”
“Ma adesso la sorella che fa, vende la casa?”
“Ne ho visti parecchi di morti, ormai. Te lo dico io, questo non è il migliore. Però bisogna dire che non puzza”.
“La Meriva è ancora nuova. Quasi quasi, se la sorella la vende..”
“Che scelta del cacchio: un funerale senza fiori. Van bene le opere di bene, ma...”
E Angelino, il grande eterno Angelino? Si è chinato su di me e tra le lacrime davvero sincere mi ha sussurrato all'orecchio: “Brutta merda, non crederò mai e poi mai che tu abbia detto opere di bene, con la b. Ti conosco, mascherina”. Non sapevo se piangere con lui, partecipando al suo immenso lutto, o ridere per la sua battuta, e del resto non potevo fare né l'una cosa né l'altra.
Sicchè, mi sono messo il cuore in pace, dal momento che dall'altro ieri era in folle, ma indomito.
Sono proprio morto. Ora mi schiaffano là sotto e mi tocca dormire a forza, come quando mi hanno operato al setto nasale. Solo che quella volta l'anestesia durò una mezz'oretta, e al risveglio c'era l'otorinolaringoiatra che sorrideva e controllava i tamponi. Stavolta mi sa che la musica va per le lunghe.
Anche per la mia anima. Non si è vista né lei né alcun accompagnatore. Per il momento non s'è visto nessuno, non dico Virgilio, ma nemmeno un santino da caffè Lavazza.
Nemmeno papà, robe da matti. Se avesse potuto, figurarsi se non sarebbe qui con me.
Devo essere ancora sub judice. E se tanto mi dà tanto, considerati tutti i miei peccati (solo gola e lussuria, intendiamoci: ma intanto fanno curriculum), tenuto conto che sono italiano e che in Italia tra il reato e la sentenza in giudicato passa un'abbondante quindicina d'anni, la vedo triste per il verdetto che mi riguarda.
Non mi resta che aspettare. Almeno avessi modo di collegarmi ad Internet. Alla Lottomatica.
Avevo giocato cinque euro sulla ruota di Genova, su tre numeri che non so se sono usciti.
Certo, se fossero usciti mi girerebbero le balle. Se no, me li terrei per darli in sogno ad Angelino. Per le opere di bene, s'intende.

03/07/2009

 

Garibuja

Data pubblicazione 03/07/2009

 

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