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Sabato pomeriggio scampagnata su Google, commissionatami da un mio
giovane amico di dieci anni, vittima delle forche caudine di una ricerca
scolastica.
Oggetto: Matteo Ricci. Ecchicazzè?, mi chiedo. Quando leggo, mi vergogno
profondamente. Trattasi di un gesuita maceratese del 1500, uno di quei
geni eclettici alla Leonardo, aperti a tutto lo scibile umano. Padre
Ricci spaziava tra geografia, cartografia, matematica, studi su Euclide
e quant'altro. Ciliegina sulla torta, era un missionario in terra di
Cina per conto di Cristo. Conosciutissimo ancora oggi nella Cina
comunista, i matematici italiani hanno messo in piedi a suo nome una
fondazione scientifica.
Bene. Scelgo un paio di proposte di Google non troppo impegnative per un
“gagno” di dieci anni e accendo la stampante. Mal me ne incoglie, la mia
HP è a secco.
Fa niente, il negozio di elettronica è proprio sotto casa, aperto fino
alle 19.30. Spengo tutto il baraccone e apro la stampante per prendere
le due cartucce come campione. Scomparse. Come, scomparse? Scomparse,
sparite, non ci sono. E dove sono finite? Le cerco con la torcia a led
bianchi nei meandri del parallelepipedo di plastica.
Macchè. Evaporate come Xfiles alle spalle di Mulder.
Comincio ad innervosirmi e precauzionalmente chiudo la finestra sul
cortile, prima di sperimentare con quale leggiadria si libra dal sesto
piano una stampante Hewlett Packard.
Non può essere che debba svitare le parti che vedo avvitate, non è
credibile.
Recupero il manuale, che in una banale illustrazione con le cartucce in
bellavista si premura di suggerire di evitare inconsulte ditate sui
terminali in rame.
I primi santi che comincio a consultare, in rigido ordine di calendario
(come il barone Garziano di Sciascia), apostrofandoli perentoriamente,
accorrono in mio aiuto. Deviano il mio sguardo su un'avvertenza in calce
(corpo 4) nella quale mi si avverte con aria beffarda che l'apparecchio
– of course! - dev'essere acceso durante le operazioni di manutenzione.
Constato che è vero. Effettivamente, una volta acceso, il bastardo
recupera nei suoi penetrali più remoti un meccanismo con le due cartucce
comodamente pinzate e porte verso il mio naso.
Mi pare per un attimo di sentire la buonanima di mia madre che mi alita
nelle orecchie in dialetto: “Tu non trovi nemmeno acqua in Po”.
Fine (fortunosa) del primo round.
Gong, inizio della seconda ripresa. In negozio, con il commesso.
“Guardi, il nero ce l'ho, ma la tricromatica mi manca. Posso suggerirle
il kit di ricarica? Oltretutto risparmia un bel po' ... ”
“Sarò in grado di farlo?”. Mmmm, mi conosco. Qualcosa mi dice di lasciar
perdere. Ma...
“Eccerto, che ci vuole? Oltre tutto, ci sono le istruzioni”. Eccerto,
che ci vuole? E' una sfida! Cedo. Rientro contento, prendo “La Stampa”
di venerdì, quella bella spessa come le istruzioni del 730. Sembrava che
me lo sentissi.
Io non riesco ad ammettere di essere totalmente privo di manualità, non
ce la faccio proprio, mi ripugna. La vivo come una “deminutio capitis”
nella mia appartenenza al genere maschile.
E poi alle volte sono pure bravino, che diamine: in fondo in casa non è
mai entrato un imbianchino. Però. Però, dopo dieci minuti di siringhe,
aghi e altre diavolerie il mio studio, graziaddio tappezzato per tre
metri quadri di giornali, sembrava quello di Kandinsky in vena di
cimentarsi come puntinista. Le mani erano talmente stilose che poi,
quando ho tirato via l'arcobaleno futurista nel quale erano precipitate,
ad ogni sfregamento di pietra pomice mi dispiaceva, mi pareva un
affronto ad un'opera d'arte.
Fine del secondo round.
Gong, terza ripresa. Da Mediaworld. Dunque, HP...HP...codice 338,
ecco... l'altro...ecco. Fatto.
Euri 38 e 50 alla cassa. Uccellodibudda. Vabbè, per stavolta... Una
Canonetta sfiziosa la davano per 69 euri, nuova. Pace, risolto. Torno a
casa.
Considero e vado KO all'ultima ripresa.
Quattrocento anni dopo Matteo Ricci, non sono mai stato in Cina, so a
malapena chi è Euclide, e solo per via di quel cacchio di teorema delle
scuole medie, se devo andare a Poirino accendo il TomTom, e la religione
l'ho adoperata nei suoi protagonisti come interiezione contrariata al
pit stop di una stampante.
Non so se mi sento più un inetto uscito dalla penna di Svevo o il
primate che, sceso tanto tempo fa dalla pianta, è bell'e pronto per
risalirci di corsa.
Forse l'inetto, per esclusione.
Non so adoperare le liane, se devo salire sulla pianta ho bisogno della
scala.
Garibuja
Data pubblicazione 02/10/2009
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