|
Questo
era il titolo del tema in classe che dovevamo concludere in novanta
minuti: “L’acqua, sorgente di vita”.
Era
uno dei test trimestrali di scuola media nel collegio che mi ospitava in
quel periodo e valeva sia come prova d’italiano che di scienze naturali.
Dopo
una congrua sbirciatina al libro che nascondevo in grembo, feci
decollare la penna e presto completai due ordinate paginette nelle quali
spiegavo cause ed effetti dei vari stati fisici dell’acqua e indicavo le
sue fondamentali funzioni negli organismi vegetali e animali.
Poi
compilai, come facevo spesso, un terzo foglio che era in pratica
un’appendice riservata alla prof, una giovane signora che ci era di
grande sollievo per la rara benevolenza che addolciva il suo sguardo.
La
prof si riservava di decidere se integrare l’appendice nel mio tema, con
relativa lievitazione del voto, oppure accantonarla per non creare
problemi con i rigidi superiori del pio istituto.
Di qualsiasi tema, la sola cosa che contasse per me era quel mio
breve volo in appendice. Come questo su “l’acqua sorgente di vita”:
“Siamo tutti delle trasudanti gocce costituite per due terzi di
acqua che continuamente evapora col nostro respiro trasformandoci in
cielo, nuvole, pioggia, tempesta e mare. Elementi che riflettono anche
il nostro animo, sempre sospeso fra cielo e tempesta.
Da oggi, questo insegnamento sulla sorgente di vita potrebbe
trasformarsi anche in sorgente di sonno per quei nostri compagni che la
notte ci rompono le scatole col loro pianto soffocato nel cuscino
producendo spesso, nella camerata, l’effetto pollaio dove lo starnazzare
di un’oca contagia tutte le altre.
Ma, da questa notte, ogni nostro starnazzo, ogni nostra tristezza, potrà
stemperarsi nella malinconia, dolce e cheta come ninna nanna, di chi sa
che ogni sospiro, ogni lacrima che inzuppa il cuscino, presto diventerà
cielo, diventerà mare”.
Quando consegnai il componimento, la prof sbirciò subito l’ultima
pagina, la scorse rapidamente e mi fece un breve cenno di diniego
alzando gli occhi al soffitto, non per alludere al mio cielo di sospiri,
ma per fermarsi al secondo piano dove il molto reverendo monsignore,
padre padrone del pio istituto, non avrebbe tollerato starnazzi di
sorta.
Poi,
con gesto meccanico, la prof staccò il foglio dal componimento e lo
lasciò cadere nell’ultimo cassetto della scrivania.
Anche quella volta approfittai dell’intervallo per andare a
recuperare il mio foglio, ma inutilmente. Come solito, la brava prof
m’aveva preceduto. So che faceva sparire le mie pagine impertinenti per
evitarmi guai con i superiori, ma mi piace pensare che le conservasse
per sé.
Come
sapesse che, ogni notte, soffocavo ogni mio sospiro sul suo largo seno.
---------------------------------------------------------------------------------------------------
Questa prof è veramente esistita, anche il
collegio e il monsignore.
Il cielo fatto di sospiri c’è tuttora.
Full
http://www.neteditor.it/users/full
Data pubblicazione
23/09/2009
ISu autorizzazione
dell'autore abbiamo inserito tra queste pagine il brano che segue.
Su sua esplicita richiesta sarà cura della redazione provvedere
all'immediata rimozione.
|