L'ultima coccola

 

 

     

 

   
 

 

Lo sapevo, che m’avrebbero beccato: ne ero sicuro, prima o poi doveva succedere. Ti prendono alle spalle, magari mentre rovisti in un cassonetto o cerchi di rubare qualcosa da mangiare in un negozio… non t’affrontano mai a viso aperto i vigliacchi, e quando potresti tentare di difenderti o - al limite - di fuggire, te lo impediscono con l’inganno. Fanno i coraggiosi solo perché hanno un’arma in mano, e ti sbattono dentro come un delinquente, addossandoti chiaramente anche colpe non tue. Quanto è facile, trovare a tutti i costi un responsabile tra i più deboli…

Io non sono nato per vivere in un condominio o in un appartamento, figurarsi in una cella e dietro queste sbarre, come adesso. Io sono nato libero, avrei tanto voluto morire libero, magari rincorrendo il sogno d’un pollo arrosto con le patate, o riposando al caldo dopo una giornata nevosa e stentata… ma sempre libero. La mia vita vagabonda? Ogni tanto una compagna occasionale, una scopata senza domani e senza impegni con la prima che non se la fosse tirata troppo… dormire sotto un ponte d’inverno - coperto solo da un cartone - o sotto la luna d’estate… un fiume per darmi una rinfrescata ogni tanto, quando proprio fosse stato necessario… ma per sopravvivere non avrei mai chiesto la carità, a nessuno. Al limite, meglio qualche avanzo raccattato per strada od all’uscita d’un ristorante, che elemosinare all’angolo d’una strada: anche se la strada è sempre stata la mia casa. E sarei stato disposto al digiuno per giorni, pur di non sottostare a regole o costrizioni.

Invece… per un peccato di gola (o di sopravvivenza?), mi son fatto fregare come un cretino. Avevo seguìto di nascosto, ieri che era domenica, il solito tizio che porta al cassonetto quella busta… certe persone chiamano avanzi e buttano via del cibo che per me e per tanti come me rappresenta un pranzo da cerimonia. Pensate… loro chiamano il sacchetto delle leccornìe con quello strano nome, rifiuto organico. Organico o no, per me si trattava pur sempre della succulenta cena domenicale! Comunque – dicevo - non m’ero accorto d’esser a mia volta inseguito, porca miseriaccia zozza. Acciuffato come un ladrone, senza nemmeno aver avuto il tempo di sgraffignare quella busta maledetta, sicuramente piena di cose buone. Che fregatura!

Non mi consola l’idea d’aver condiviso questo destino infame con altri barboni poveracci come me, senza dimora e senza bandiera. Ora – impauriti - ci guardiamo negli occhi, scrutandoci da una cella all’altra, rimpiangendo la nostra affamata e nomade libertà. Non è un piatto di brodaglia calda tra le sbarre, a fare la differenza. Preferivamo un tozzo di pane duro o i bordi freddi d’una pizza margherita, purché sotto le stelle.

Che ne sarà di me? Privarmi della mia libertà è stato peggio che condannarmi a morte, anche se ho sentito addirittura vociferare di camere a gas ed iniezioni letali. Arrivare a tanto? Non ci voglio credere! Per punirmi di cosa, poi? Io non ho mai ucciso né fatto del male a nessuno, mi accusano indubbiamente di colpe altrui. Nella mia breve vita ho preso senz’altro assai più calci nel sedere di quanti abbia solo desiderato di darne; e ricevuto accuse razziste di bastardo, solo per non portare il cognome di mio padre. Come se non avere un cognome preciso fosse una colpa, e non la tragica conseguenza d’una condizione che non ho potuto nemmeno scegliermi. Io sono figlio della terra, dell’acqua, del’aria e del cielo, non ho un nome né un cognome. Ed allora? E’ forse un delitto?

Ho provato a scardinare le sbarre di questa cella puzzolente, pur sapendo che sarebbe stato impossibile smuoverle d’un millimetro. L’ho fatto per rabbia, per sfogo, senza speranza: sono un clochard, non uno stupido, ed ora - per quello sciocco tentativo - sanguino… ma almeno sento, so d’averle tentate tutte. Ho urlato la mia rabbia nera alla notte per tutta la notte, riso in faccia alle facce dei miei carcerieri, al destino infame che m’attende, alla luna che è oramai fuggita via, alla merda che è d’improvviso diventata la mia vita…

Ora è l’alba. Un raggio di sole a strisce illumina appena il mio giaciglio di fortuna, accanto alla scodella vuota. I nostri carcerieri son già venuti a prenderci.

Chi decide delle nostre vite ci punta contro un dito sudaticcio che sembra una salsiccia, senza nemmeno chiamarci per nome, trattandoci semmai come degli oggetti: questo, questo, questo e questo, sul furgone. Come i deportati ebrei dei campi di sterminio, eppure… dopo sessant’anni l’uomo avrebbe dovuto imparare, comprendere.  Pentirsi delle proprie infamie. Questo inguardabile ciccione, invece… spunta i numeri delle nostre celle su un block notes, quasi come mettesse i pelati ed i biscotti nel carrello, stralciandoli dalla lista della spesa. Poi, quasi soddisfatto del compitino, posa la matita sull’orecchio umidiccio e tira avanti, allontanandosi da me.

Per ora.

Ma noi siamo vivi, maledizione… Non banali numeri su un taccuino. Siamo ancora vivi!

I miei primi compagni di sventura, incatenati come criminali incalliti, o peggio! come serial killer, s’allontanano sul camioncino. Qualcuno è troppo terrorizzato persino per fiatare, e durante quest’ultimo viaggio si rifugia tremando in un angolo. Altri si guardano semplicemente intorno, non immaginando nemmeno cosa li attenda, quando scenderanno. Altri si limitano a sollevare la testa verso il finestrino, ammirando l’azzurro d’un cielo che non rivedranno più.

Io sono qui, terrorizzato, incapace di pensare e di agire. Una sola domanda mi grida atterrita, dentro: perché? Perché fanno tutto questo proprio a noi? Io sono nato libero, avrei tanto voluto morire libero…

Visite? Ci sono visite, sento urlare dal ciccione. Visite… in galera? Un giorno, sbirciando nel televisore esposto in quella vetrina accanto alla salumeria, avevo scoperto con orrore che in certi penitenziari il pubblico può assistere alle esecuzioni. Come se fossero un telegiornale, insomma,  o un quiz a premi, o il teatrino delle marionette. Che infamia! Siete venuti a godervi la mia fine seduti come al cinema, eh?… ma non vi permetterò nemmeno d’avvicinarvi!

Un bambino mi sorride. Non avrà nemmeno dieci anni. E’ vestito per bene, profuma di pulito. Mi viene incontro trotterellando allegro, quasi fossimo vecchi amici.

Io non sono tuo amico! Stammi lontano, o ti farò del male, stupido bambino sorridente! Tanto, per quel che vale la mia vita, oramai… non potranno certo togliermela due volte, solo per aver tentato di ferirti…

Ora però si ferma, poi rivolge uno sguardo timoroso - chiedendo forse un cenno di consenso – ad un uomo ed una donna che si tengono a distanza, strillandogli non avvicinarti, può essere pericoloso!

Anche il ciccione non approva, e scuote la testa, contrariato.

Ma il piccolo fa ancora qualche passo incerto verso di me, poi tende esitante una mano tra le sbarre. Vinco il mio desiderio di mordergliela, quella maledetta manina del cavolo, così pulita e paffuta. Mi convinco però che è solo un bimbo, anche se qualche bimbo con me è stato più spietato degli adulti… questo a dire il vero sembra ancora puro, ingenuo, persino spaventato. Forse non sa, forse non è ancora diventato disumano come tanti grandi. Forse la speranza in un futuro diverso è proprio nelle mani di piccoli innocenti come questo. Ma sì, sono stanco, lascio perdere la mia aggressività, frutto solo dello sconforto che ho dentro, e non della mia indole più profonda. Sembra solo un bimbo felice. Cosa volete che sia, è solo un bimbo felice che tende la mano ad un vagabondo diffidente ed incazzato come me.

Chino la testa, e socchiudo gli occhi, per godermi l’ultima coccola. Sono tanto stanco, ed è troppo tempo che nessuno mi coccola più…

Babbo, mamma, lo adottiamo? Sì? Che bello! Sembra proprio un cane buono, guarda come si lascia accarezzare ed abbassa le orecchie! E poi poverino, ha le zampe ferite…

Comprendo quasi tutto il linguaggio degli umani, ma questo lo adottiamo m’è proprio nuovo, forse significherà lo ammazziamo, lo facciamo fuori. Sì… Sarà senz’altro così.

Al diavolo anche la morte, affanculo tutto e tutti. Ora, finché non mi porteranno via con quel furgone, voglio solo sentire quelle piccola dita che m’accarezzano gentili, sulla testa,  tra gli occhi e sotto il muso. In questo orrore, è la sola cosa in grado di farmi stare bene.

 

Gianclaudio

http://www.neteditor.it/user/7031

 

Data pubblicazione 29/09/2009

 

Su autorizzazione dell'autore abbiamo inserito tra queste pagine il brano che segue. Su sua esplicita richiesta sarà cura della redazione provvedere all'immediata rimozione.

 
 
 

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