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In
un noto racconto di Buzzati, c’è una singolare casa di cura sita in un
palazzo di sette piani dove i malati sono distribuiti nei vari livelli a
seconda della gravità del male. Le forme più leggere vengono curate ai
piani più alti, le affezioni serie si combattono in quelli intermedi
mentre le malattie senza speranza occupano i primi due livelli del
palazzo.
Sinora il destino m’ha risparmiato il dramma dei piani inferiori per cui
queste vicende lievitano nei metaforici piani alti dove la malattia
rappresenta un semplice episodio della vita e dove, tuttavia, si agita
un’affollata categoria di degenti che tribola nella totale indifferenza
del personale sanitario –e dello stesso Buzzati–. Sono questi i
veri pazienti dei piani superiori. Mi riferisco ai parenti che ogni
pomeriggio arrivano trafelati per questa loro greve incombenza che
s’aggiunge a tutte le altre.
Arrancano con la borsa della biancheria pulita, con gli articoli da
toilette, i complementi alimentari e ogni altro genere di conforto. I
più delicati, che sono generalmente i meno pratici, portano mazzi di
fiori. Arrivano sempre tutti insieme e a passo svelto perché devono
rispettare l’orario imposto dall’ospedale.
I
ricoverati dei piani alti, rosei e rilassati, attendono seduti
lateralmente sul letto, in vestaglia o pigiama nella tipica versione
“ricovero ospedaliero” che si distingue dal modello casalingo per la
patina di nuovo. I più sciccosi indossano, sul pigiama, una giacca da
camera di seta o di ciniglia con eventuale ideogramma orientale ricamato
sul taschino o, per i più sfrenati, a tutto dorso.
Per
quanto possa apparire singolare, sono i trafelati parenti ad usare
espressioni accorate e rassicuranti, mentre i rosei ricoverati dei piani
superiori ostentano, a seconda dell’indole, lagne indegne o stoici
sorrisi.
MARTEDI’: Dalla mia postazione di primo letto a sinistra, seguo con
celata attenzione una “parente-paziente” giovane, bruna e carina che non
sa il piacere che m’ha dato portando in corsia la primavera dentro un
sacchetto di ciliegie.
Il
suo ricoverato, un tipo calvo e barbuto, abbatte immediatamente il mio
decollo poetico:
«Lo
sai che mi fanno diarrea», ammonisce lagnoso.
Lei
non risponde perché impegnata a disfare le borse e, credo, per
consolidata rassegnazione a quelle lagne oziose. Un barlume di contegno
mi vieta di ascoltare i loro discorsi. Capto tuttavia, a cicli regolari,
le reiterate lamentele del barbuto a proposito di bollette da pagare e
altri conti. Mi sembra di capire che la brunetta lo informi ogni quanto
di una bolletta o di una fattura scaduta per dargli modo di lagnarsene
con pieno gusto senza rompere altrimenti i maroni, così come una “moira
orfei” allunga, di quando in quando, un boccone alla pantera per
tutelarsi le natiche.
Intanto, com’era prevedibile, la mia “primavera” sta finendo in noccioli
e potrebbe concludersi in peggio se dovesse avverarsi il presagio
viscerale del barbuto.
Dopo
un’oretta, la “domatrice” avvolge con rapida discrezione la biancheria
sporca e se ne va con un sorriso rassegnato al barbuto e con un altro
più vivido a me che non mi lagno né le produco biancheria sporca. Per
ricambiare, m’appendo fra le orecchie il sorriso più ampio che mi
riesce.
Ogni
giorno, in seguito, ci faremo questo pochino di bene.
MARTEDI’ SERA: Per la prima volta vengo visitato da una androloga. Il
mondo cambia. Di certo è una buona rivincita delle donne sul ginecologo.
Risultato finale: le donne vincono, i medici pareggiano e i malati…
s’adeguano.
Registro anche una curiosa analogia fra la prima androloga ed il primo
amore: entrambi non si scordano più.
Durante la visita, le sue intime esplorazioni mi riferiscono soltanto
che, nell’età matura come in padella, le frattaglie sono più deboli
della carne. L’impaccio è contenuto dalla sua abilità nel scegliersi
l’atteggiamento, neutrale o femminile, a seconda della situazione.
Purtroppo, sperimento solo quello neutrale. In seguito avrò modo di
recuperarla tutta intera in un sorriso.
MERCOLEDì: Oggi mi operano e devo scendere un paio di piani del
metaforico palazzo. Qui avrò il privilegio di confrontarmi nella
solitudine del mio malanno e dei miei timori, come un degente autentico.
GIOVEDI’: Sonnecchio spossato. Mi sveglio durante l’orario delle visite
quando i “parenti-pazienti” si stringono intorno ai loro ricoverati. La
violenza della luce mi fa voltare istintivamente dalla parte opposta,
così trovo modo di passare lietamente il resto del pomeriggio:
attorniata dai suoi amici e baciata da un tailleur di piquet color
zabaione, una splendida “parente-paziente” siede tanto vicina al mio
letto che ne sento il profumo di Caron. Come in certe giornate grigie si
sosta felici in uno spicchio di sole, mi rannicchio nel caldo raggio
dei suoi sorrisi straordinari che lei elargisce un po’ a tutti, tranne a
me che più ne godo. Con le lusinghe, il fascino, le tentazioni del mondo
esterno, la bella signora porta in corsia la vita che protende, in punta
di sedia, al suo ricoverato, agli amici astanti e, senza saperlo, anche
a me che decido lì per lì di rimettermi con almeno un giorno di anticipo
sui tempi ospedalieri.
VENERDI’: C’è un ricoverato molto anziano proprio di fronte al mio
letto. Lo visitano alternativamente due figlie non più giovani. Una
delle due è stata ed è tuttora una bella donna (la cosiddetta bella
donna sta un gradino sotto alla donna bella). L’altra, più o meno
coetanea, bella non lo è mai stata in nessuna delle due definizioni.
Una
o l’altra, le ho sempre davanti e non so fare a meno di fantasticare su
di loro. La prima ha la pelle del volto ormai lisa dalla vanità delle
creme e la sua espressione rivela l’assuefazione a lusinghe e
galanterie. Credo che i suoi occhi abbiano riflesso di più i propri,
nello specchio, degli occhi altrui che sfugge altera.
Mi
piace immaginare che la sorella non bella, abbia invece vissuto e
sognato in un suo angolo appartato dove ha coltivato serenamente se
stessa e la propria sensibilità, accumulando dentro di sé un tesoro che
traspare e luccica ogni volta che alza lo sguardo.
Pensiamo che non possa esserci relazione fra indole e aspetto fisico, ma
ci sono cose che lasciano comunque il segno, come l’essere sempre al
centro dell’attenzione oppure dell’indifferenza.
Ho
saputo che la bella donna è divorziata da molti anni. L’altra, stasera,
è arrivata col marito e sono entrati tenendosi per mano.
SABATO: Oggi accade un fatto nuovo. M’avvedo d’un altro single, come me,
ricoverato ieri sera. Lo riconosco perché, oltre a non ricevere visite,
preleva da un borsone la biancheria pulita e ben piegata, ma non
stirata: esattamente come la mia. Quasi subito stabiliamo una tacita
alleanza scambiandoci quei piccoli aiuti necessari. E’ un vedovo sui
settant’anni e non parla mai di sé. Solo una volta accenna ai suoi figli
lontani.
Io
mi prodigo un po’ più di lui avendo avvertito la nuova, salutare
condizione di spirito dovuta a questa inattesa promozione da ricoverato
a parente-paziente, cioè da elemento passivo a forza attiva e questa
evoluzione mi fa sentire quasi guarito.
DOMENICA: Me la sto cavando alla grande e domani mi dimetteranno con un
giorno d’anticipo sui tempi ospedalieri.
Tornerò al mio tetto isolato nella campagna, tornerò ai miei quattro
sogni e a parlare da solo. E mi beccherò subito il mio da fare, tanto da
trascurare la convalescenza.
Eppure, ora che l’obbiettivo è raggiunto, mi chiedo a cosa serva
andarmene così di corsa.
Ho
sempre pensato che una vita solitaria, vissuta nei suoi diversi aspetti,
costituisse un fattore di crescita, un invito alla riflessione, a
guardarsi dentro.
Dopo
questa manciata di giorni trascorsi fra i ricoverati dei piani alti e,
soprattutto, fra i “parenti-pazienti”, posso aggiungere che la cosa più
utile che s’apprende nella vita solitaria è il bricolage. Col tempo
s’impara a fare di tutto e, appena a casa, dovrò costruirmi una buona
ringhiera perché, da qualche giorno, il vuoto mi dà le vertigini quando
mi guardo dentro.
Full
http://www.neteditor.it/users/full
Data pubblicazione
effettiva 30/06/2009
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