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Spesso, come nel film Crash, si
ignora quanto le nostre apparentemente casuali e banali interazioni
possano segnare e talvolta cambiare il destino di una persona.
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Hodgkin
Erano
gli anni novanta! In televisione spesso si sentiva parlare dei “viaggi
della speranza”, appellativo gentile per descrivere l’incapacità delle
nostre strutture sanitarie di accogliere e trattare adeguatamente
determinati casi di patologie neoplastiche.
Ricordo la frase di un paziente in cura presso l’ospedale Gustave Roussy
di Parigi, diceva: “si, è vero! Qui non fanno miracoli, ma si muore
meglio e con più dignità”.
Non potevo e non posso dargli torto. In tutto l’ospedale c’era una
attenzione per ogni dettaglio. Dai corridoi, ai reparti più affollati
del day hospital, alle stanze di degenza. Sapete come gli infermieri
trasferivano la documentazione medica da un reparto all’altro? O con il
sistema pneumatico, contenitori che viaggiavano come siluri da un piano
all’altro o, quando non c’era urgenza, la documentazione veniva
ordinatamente riposta su degli appositi carrelli in metallo, alti circa
due metri, suddivisi in vari ripiani e per ogni ripiano c’era un
targhetta con il nome del medico e/o della stanza dove doveva essere
portato il documento. Non ti capitava mai di incontrare un infermiere o
portantino che se la camminava nei corridoi, pieni di pazienti, urlando
con il collega di chissà quale argomento, magari di una partita di
calcio, portando in mani distratte un documento che, per chi lo
aspettava, poteva rappresentare la differenza tra la vita e la morte.
C’era rispetto.
Il 1991 è l’anno in cui, in una bianca stanza ambulatoriale, appresi di
avere il cancro.
Che strano suono ebbe quella parola. Sino a quel giorno l’avevo sentita
una sola volta. Alla tv apprendendo della morte di John Wayne molti anni
prima.
Il giorno precedente ero in moto, occhiali da sole, barba e sigaretta in
bocca, il giorno dopo nella Panda 750 pervasa di un silenzio
inquietante, mentre si tornava verso casa con alcune foto dell’
ecografia, mille interrogativi miei che incorniciavano le mille,
silenziose ma palpabili, angosce di mia madre.
Il ricovero e l’intervento arrivarono pochi giorni dopo.
E senza il tempo di elaborare mi trovai nella cuccetta del treno
Palatino direzione Ospedale Gustave Roussy – Parigi.
Fu solo il primo viaggio.
Presto l’eremita che è in me manifestò le sue esigenze e così, detto
fatto, i viaggi diventarono lunghe pause di riflessione solo con me
stesso.
Partite a scacchi, sulla mia piccola scacchiera portatile con
sconosciuti, vani tentativi di spiegare al personale francese del vagone
ristorante, che volevo un po’ di pasta al forno da mangiare, centinaia
di volti e storie come compagni di viaggio.
Una signora italiana di Cassino, emigrata nel dopoguerra, viveva nella
zona limitrofa dell’ospedale, nel periferico quartiere Villejuif, e
affittava camere ai suoi connazionali che si trovavano li non per
scelta, come fece lei molti anni prima, ma per necessità.
Aveva diviso il piano superiore della sua casa in quattro camere,
servite da un bagno e una cucina comune.
Quel piano sarebbe presto diventata la nostra casa italiana in terra
straniera, mia e di quelli che, come me, furono mandati li.
Ben presto l’ambiente della cucina, con un tavolo al centro e sei sedie,
diventò la “piazza d’Italia”. Di qualunque regione e ceto sociale..
ospitava tutti, indistintamente.
Fu in quella “piazza” che storie e vite si incrociarono e si
intrecciarono per taluni in modo indissolubile.
Io sono uno di loro! Perché son sopravvissuto, perché ci son ancora,
perché lo posso ricordare e raccontare.
Lei, lei no! Lei si chiamava Pasqualina, veniva da Benevento e non aveva
ancora compiuto 40 anni.
Una ragazza semplice, si truccava, in modo peraltro molto leggero, assai
raramente quasi a non voler camuffare quel volto segnato più che dal
male, dalle cure volte a debellarlo.
Viso scarno, labbra violacee e due occhi neri. Ma ancora brillanti.
Senza più genitori e lasciata a se stessa dal presunto ragazzo
innamorato, a farle compagnia c’era solo quel nome.. Hodgkin. Un nome
pesante da portare e difficile da trattare per qualunque camice bianco,
fosse esso italiano o francese.
Ma quelli erano i viaggi della speranza, quindi tutti ne avevamo.
Ne aveva anche lei.
Le nostre strade si incrociarono spesso, sia in casa che in ospedale. La
sera in "piazza d'Italia" imparammo a conoscerci e raccontarci, le
nostre storie ma soprattutto gli esiti delle varie analisi, delle
terapie ed a scambiarci i nostri malumori.
Ogni rientro in Italia era preceduto da un abbraccio e lo scambio delle
date del successivo ritorno a Parigi, per sincerarci che ci si sarebbe
ritrovati.
Io ero stabile, lei no! Le terapie non sortivano gli effetti sperati, il
suo volto provato, ma la sua voce ed il suo sguardo continuavano a
lasciar trapelare speranza. Era solita dire “ per ora mi ha messo in
ginocchio, ma non mi ha ancora steso” e lo faceva con un sorriso, quasi
a dire vedremo chi la spunta.
Ricordo il giorno che in ospedale stravolsero il mio iter abituale e mi
comunicarono, con una certa difficoltà, che dovevo andare ad un piano
diverso dal solito.
Il panico! Ed ora a chi chiedo, dissi tra me e me.
La mia padronanza delle lingua francese constava di pochi ed essenziali
termini utili per acquistare i biglietti dell’autobus, per comprare il
pane, per prendere un caffè oppure la frase “basilare”, utile per
interrompere sul nascere qualunque tentativo di comunicazione da parte
dei residenti locali ovvero: Je ne parle pas francais! (io non parlo
francese).
Il caso, anche se preferisco pensare al destino, volle che incontrai
Pasqualina nei corridoi del livello dedicato alle analisi ematiche che
colse immediatamente lo sguardo perso e smarrito di un ragazzo poco più
che diciottenne quale ero allora. Era molto più avvezza di me all’uso
della lingua francese nonché alla conoscenza dei vari reparti
dell’ospedale.
Mi fece da interprete e guida, portandomi dove dovevo andare. Attese
fuori nei corridoi e mi riaccolse con quel suo sorriso sempre pronto per
me.
Nei mesi a seguire il ns. rapporto si rafforzò. Ogni volta che rientravo
in Italia parlavo e raccontavo di lei a mia madre ed ai miei colleghi.
Presto però mi resi conto che non aveva senso raccontare. Dopo qualche
frase di circostanza, i loro discorsi tornavano ai loro problemi. Le
bollette, il vestito che non potevano comprarsi, il figlio con il
raffreddore e quella dannata partita che non si poteva andare a vedere
allo stadio. Insomma! Avevano “problemi”.
Che paradosso! Quale antitesi. Nello stesso mese ero spettatore della
forza di chi combatte una situazione incredibile, non solo patologica, e
l’incapacità, che è insita nella “normalità”, di chi vive la propria
vita dando tutto per scontato.
Un paradosso che mi veniva sparato nelle testa tutti i mesi.. una
situazione in palese impossibilità di essere razionalizzata, tanto più
con gli occhi e la mente di un poco più che adolescente.
La compagnia della “piazza d’Italia” cambiava spesso i suoi
protagonisti. Non solo per la triste ma inevitabile sorte di alcuni, ma
anche per il naturale turnover scandito dalle rispettive esigenze
ospedaliere.
Eppure con Pasqualina si riusciva quasi sempre ad incontrarsi. Ricordo
con un sorriso il giorno che, spogliati dalle nostre vesti di malati, ce
ne andammo a far una passeggiata in un parco parigino.
Eravamo in tre. Io lei e Tatiana, una giovane ragazza che si era
aggiunta come ospite della “piazza d’Italia” per un tumore benigno al
torace che però continuava a crescere, rischiando di ucciderla per
soffocamento.
Passeggiammo per Parigi come allegri turisti e nel suono delle spontanee
risate si diluivano anche i pensieri del motivo per cui eravamo li.
Trovammo un laghetto. Pochi veloci sguardi d’intesa e mi ritrovai a
remare una barchetta, del resto ero l’uomo della situazione, con due
compagne di sventura, e tanta voglia di navigare verso altri pensieri.
Fu una giornata splendida! E’ una delle giornate speciali della a mia
vita. Che strano! È speciale e pure non accadde niente di
trascendentale, un pranzo in un fastfood ed una gita in barca.
Trascorse più di un anno in questo modo. A quei tempi ancora non si
parlava né di cellulare, né di internet, né di chat, l’arrivo in “piazza
d’Italia” era l’unico modo per scoprire se c’eravamo tutti.
Era qualche mese che non ci si vedeva! Finalmente almeno io e Pasqualina
ci ritrovammo. Lei aveva una novità. Le cure non facevano effetto, la
tac non era clemente e l’unica alternativa era tentare l’intervento.
L’aprirono, un taglio che le attraversava quasi tutto il torace fino
all’inguine, e la richiusero.
Come ero giovane allora. Andai a trovarla in ospedale che sprizzavo di
gioia. Ci andai con sua sorella che era salita anche lei a Parigi.
Entrai nella stanza accolto dal suo solito sorriso. Un abbraccio, un
bacio ed immediatamente il mio desiderio di apprendere l’esito
dell’intervento.
Il suo sguardo si perse per pochi attimi nel vuoto, poi mi guardò dritto
negli occhi e mi disse: “ Ci hanno provato, sono stati bravi ma non ci
sono riusciti, non era possibile toccare nulla ed hanno richiuso.
Pazienza.”
Già! E come scordarsi che nel dirmi l’esito dell’intervento non omise un
apprezzamento per quei medici? Come si fa a dimenticare un simile
sguardo?
Ricordo perfettamente la mia reazione! La cosa più sbagliata che si
possa fare, ma ero troppo giovane. Il mio mento cominciò un veloce
tremolio, gli occhi divennero presto acquosi e la mia testa, con sin
troppa violenza, si poggiò sul suo petto. Il mio pianto ed il mio
singhiozzo erano gli unici suoni nella stanza. La sorella lo apprese li,
insieme a me.
Restai su quel petto finché la sua mano mi accarezzò la testa ed una
voce si frappose fra un singhiozzo e l’altro. “Si vede che doveva andare
così..”.
Fu allora che capii.
Io e Pasqualina non ci saremmo mai più rivisti.
La sorella faticò per farmi uscire dall’ospedale. Quella sera in “piazza
d’Italia” c’eravamo solo io e lei. E parlammo per ore.
Seppi poi che Pasqualina fu mandata a casa con alcune prescrizioni di
farmaci, per lo più antidolorifici, ma fu in viaggio di sola andata. Per
lei non c’erano più biglietti per il treno dei viaggi della speranza.
Continuai ad avere notizie per bocca della proprietaria di casa che ci
ospitava li a Parigi.
Solo successivamente appresi che Pasqualina era morta poco dopo
rientrata in Italia.
Non me lo dissero subito perché temevano la mia reazione. Non di rado,
quando rientravo a casa, inveivo contro tutto e tutti portando sempre ad
esempio la sua lotta, la sua forza, il suo coraggio.
Non avevo mai trovato il modo o la maniera per scrivere questa cosa.
Una certa forma di riserbo, non saprei. In effetti ma chi parla di
queste cose? Magari lo fa qualche persona non più giovanissima o magari
lo si fa in forma privata come intima confidenza.
Oggi sono riuscito a raccontare che è esistita una donna! Che si
chiamava Pasqualina, che mi ha regalato il suo sorriso in decine di
occasioni! Quando cinque anni dopo, il cancro mi fece di nuovo visita,
scrissi pagine e pagine su un quaderno. Il suo sorriso mi accompagnò in
sala operatoria.
Il suo sorriso mi accompagna ancora oggi.
Indelebile!
Come gli anni trascorsi in Francia e le persone che ho incontrato.
30/10/2009
eremita
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