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Occorre precisare che l’acquisto della
mia casa fu motivato principalmente per il delizioso contesto al
contorno.
Case e villette basse, prati curati e alberi ad alto fusto che la
facevano da padroni, come a divertirsi a disegnare nuove cartoline
giorno dopo giorno.
Unico neo ed indeterminatezza legata al mio insediamento nel quartiere
residenziale, era la villetta su un piano, che insisteva praticamente a
ridosso del mio giardino, ma avente il suo giardino in aderenza al mio,
qundi luce e aria a sufficienza per tutti.
Il neo al quale faccio riferimento era il totale stato di incuria ed
abbandono nel quale lo stabile versava, l’indeterminatezza era invece
quanto sarebbe ancora vissuto il vecchietto al suo interno e che cosa ne
avrebbero fatto i suoi diretti successori alla sua morte. Cosa ne
avrebbero fatto dello stabile e non del vecchietto, seguitemi bene.
Di li a poco, parlo di otto mesi, nei ed indeterminatezze andarono a
farsi benedire in un batter d’occhio; l’omino che pareva la copia di
Picasso, ma incurvata a novanta gradi come a cercare monete e non Monet,
venne a mancare spegnendosi dolcemente nella sua amata casa, mentre
l’odiato genero, odiato da me e sicuramente anche dal Picasso inchinato,
vendette subito il tutto a prezzo ingiustificabile per la zona ed il suo
stabile mercato immobiliare. Era un prezzo troppo alto per il rudere che
si presentava alla vista, era un prezzo decisamente allettante invece
per l’impresa che acquistò, perche nelle loro mire c’era la totale
demolizione e realizzazione di una casa a tre piani e sei appartamenti.
Panico.
-Ebbene si- , mi disse il tecnico comunale al quale mi rivolsi, -sig
Pagani, i distacchi e la porzione di cubatura aggiuntiva che i metri
quadrati di terreno intorno consentono, garantisce la possibilità di
edificare ed innalzare l’edificio-. “EdiFrocio di un tecnico corrotto”
mi venne da dire dall’alto delle mie coronarie prossime all’esplosione,
ma poi…, poi me ne andai con la testa che cominciava a razionalizzare ed
organizzare le azioni future da intraprendere.
Di fatto, tre piani di edificio, considerando che il suo piano terra era
già attualmente rialzato rispetto al mio, avrebbero tolto ore di luce al
mio salone, ore di luce al mio curato giardino, ed avrebbero
pericolosamente tolto sole alla mia amata testa. E questo era il fattore
principale. Il sole lo volevo io, io in prima persona.
Tre settimane dopo la mia visita al tecnico comunale corrotto, l’impresa
arrivò con uno sbuffettante macchinario per fare i sondaggi preliminari
a ridosso dell’edificio, in quanto questi manifestava chiaramente
cedimenti, vistose crepe ed assestamenti sicuramente problematici in
previsione dell’innalzamento di due nuovi piani. Ero curioso, stetti a
guardare gli operai che si davano da fare ad estrarre i campioni del
terreno. Guardavo, e sentivo la zona del mio cervello, dove risiede la
genialità e perfidia, che cominciava a friccicolare, e poi come a
bussarmi sulla spalla e dirmi –Max?? ci sei??-
Si, ci sono.
Fecero su tutto in poco tempo e se ne andarono, lasciando nei
contenitori appositi i campioni di terreno prelevato. Fecero un unico
sondaggio. Sei casse ognuna contenente cinque campioni da un metro di
lunghezza. Trenta metri di carote, appunto, trenta metri di terreni di
riporto, di merdosa argilla e limi argillosi dell peggiore specie, e
nessuna traccia di stabili ghiaie o ammassi tufacei.
Conosco bene la zona, e’ parte del mio mestiere sapere su cosa poggio i
piedi, e so che questa porzione di località, e’ caratterizzata da un
terreno altamente instabile ed avente portanza quasi nulla. Argilla
merdosa, ribadisco.
Le imprese sono così, appaiono come per miracolo, e scompaiono come per
illusione o mirato sortilegio, ed io entrai in azione, regalandomi
sorrisi ad ogni specchio mi trovassi di fronte. Lavorando a stretto
contatto con i cantieri per la realizzazione della nuova metropolitana,
ed avendo una ingiustificata influenza su chiunque abbia a che fare con
me, non ebbi alcun problema ad farmi consegnare trenta metri di carote,
inerenti un sondaggio specifico richiesto con estrema urgenza proprio in
un ben determinato punto della piazza, ormai devastata dalla futura
stazione terminale della nuova metro.
Non a caso, vennero alla luce 30 metri di ghiaie cementate, frammiste a
strati alternati ad orizzonti di origine vulcanica, come cineriti e
piroclastici, insomma senza ammorbarvi, vi dico che erano terreni con
formazioni di materiale che garantivano la possibilità di costruire
senza neanche prevedere fondazioni di alcun tipo.
La sera stessa, aiutato da un paio di operai ai quali avevo raccontato
lo scherzo che volevo fare al collega geotecnico dell’impresa
esecutrice, eseguii la sostituzione delle carote, in modo accurato, non
lasciando traccia di alcun passaggio o manomissione.
I tecnici dell'impresa costruttrice vennero a prelevare il tutto due
giorni dopo, per portare i campioni in laboratorio, e dopo due mesi
cominciarono a costruire.
Otto mesi di lavori incessanti, ero sbalordito dalla velocità esecutrice
dell’impresa, ma sapevo anche che tre mesi di lavoro di consolidamento
fondazioni non erano stati eseguiti (guarda caso...) e fecero solo
piccoli interventi ed iniezioni qua e là…certo che andavano veloci.
Parlavo e sorridevo agli operai, il capocantiere un giorno , montando
l’ultimo livello di impalcature, mi disse “sig. Pagani, Le leviamo un
po’ di luce vero?? Mi spiace, ma vedrà alla fine che bel palazzetto che
le lasciamo, altro che il rudere che c’era prima! Ah, se potrei comprare
io un appartamentino qui, lo farei subito”. Sorridevo e rabbrividivo
allo scempio che il capocantiere faceva dei verbi.
Bene. A lavori finiti tutto era perfetto.
- Dopo un mese tutti i sei appartamenti erano venduti e occupati.
- Dopo quattro mesi cominciarono a comparire le prime disconnessioni e
cedimenti differenziali
- Dopo sei mesi, le crepe al piano superiore si aprivano con una
velocità impressionante
- Dopo un otto mesi, le facciate erano sempre più simili al viso
dell’avvocato Agnelli.
Allo scadere dell’anno dalla realizzazione, i Vigili del Fuoco
transennarono lo stabile e sfollarono i proprietari.
Provarono, nei mesi a seguire, a rimediare con altri futili interventi
di consolidamento per salvare il salvabile ed evitare l'inevitabile. Io
attendevo e vedevo sempre più spiragli di luce arrivare al mio giardino,
giorno per giorno, fino a quando avvenne l'inevitabile di cui sopra,
vennero le ruspe ed abbatterono il fabbricato pericolante ormai
totalmente instabile.
Fu un’esplosione di luce.
Mi esposi in prima persona facendo causa io stesso all’impresa per i
danni subito alle mie recinzioni e muri di cinta, e ne venimmo fuori
amichevolmente, proponendogli benevolmente io di acquistare il lotto in
questione ad un prezzo interessante, ovviamente depurato dalle macerie
dell’ex palazzina.
Conservo ancora nel Garage il colpo di genio che mi consente ora di
passare serenamente le giornate, un colpo di genio che farebbe la
felicità di qualunque enorme lombrico fruttivendolo.
Trenta metri di Carote.
Fine.
Max Pagani
Data pubblicazione 10/06/2010
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