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Erano
inverni di guance rosse e cioccolata calda, si camminava ben abbottonati
per le vie del paese, la mia mano chiusa nel palmo di mia nonna, il
passo saltellante dei bambini Andavamo a comprare il pane con la sugna e
il pepe, dritti fino al forno, che mi appariva come la fucina di
Vulcano, con la legna che ardeva sul piano di mattoni e la farina che
copriva tutto e mutava nelle sue alchimie dall’odore acidulo. Talvolta i
lavoranti cenavano con la pasta servita nelle madie e consumata a mani
nude. Vedendoci entrare, si affrettavano a prendere le stoviglie per
offrirci un’ospitalità che sapevano avremmo declinato. Non mangerò mai
più un pane simile, un pane così buono che non ricordo più.
Narrando
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